Dolore o cambiamento?

Quando qualcuno mi chiama per chiedermi informazioni sul Rolfing, capita che una delle domande sia “é vero che fa male?

Risponderò citando in primis la parole del libro di Ida Rolf “Il Rolfing e la realtà fisica!”, quindi collegando queste parole alla mia personale esperienza:

 

“Il Rolfing è un processo di cambiamento. Se ci opponiamo al cambiamento, sentiamo dolore. Lo stresso avviene con il Rolfing. Se consentiamo al tessuto di rilassarsi, proviamo un senso di calore. Nel caso contrario, si può provare dolore. Il sentimento più diffuso di questa resistenza è la paura di essere sommersi, o l’ansia: ci si può fidare a lasciare andare un modello che ci ha sostenuti per tutta la vita? Gradualmente, il cliente impara ad ascoltare i nuovi messaggi trasmessi dal corpo. Nella misura in cui un corpo diventa più leggero e più libero, possiamo consentire che i vecchi modelli scompaiano. La fiducia nelle nostre capacità cresce e diventiamo più solidi”

Le sessioni centrali, dalla IV alla VII, sono state un perfetto esempio, per me, di questa resistenza di cui la Rolf parla.
Durante queste sessioni, definite “core sessions” o “sessioni profonde”, anche per via dei distretti corporei più profondi interessati dal tocco del Rolfer, non sempre è stato semplice smettere di resistere, anzi… a volte, mi ritrovavo a resistere e diventarne consapevole proprio grazie al dolore.

Penso che tutti noi abbiamo sperimentato nella vita un dolore che, tuttavia, è in un certo qual modo gradevole; così pure abbiamo sentito quanta sgradevolezza ci sia nel soffrire. Quando, tempo fa, scrissi “avevo capito come collaborare con questo tocco particolare e… già finito?!” mi riferivo soprattutto a questo processo di presa di consapevolezza anche attraverso il dolore. Le prime tre sessioni, più superficiali (sleeve sessions), mi avevano preparato a costruire la fiducia nel mio Rolfer e metodi effettivi per collaborare efficacemente dall’interno!

Il respiro, per me, spesso è stata la chiave: attraverso il respiro, potevo dialogare dall’interno e raggiungere la zona in cui lavorava dall’esterno il mio Rolfer; insieme a questo, portavo consapevolezza.

Un ricordo ancor oggi vivido, durante le settima sessione, fu quando con un tocco attento e deciso, il Rolfer istruì i miei scaleni su quanta tensione stessero vivendo. Inizialmente avvertii un dolore atroce: come uno spillo gigantesco che fece uscire una lacrima dal mio occhio destro in automatico. In una frazione di secondo mi domandai, tra me e me, “ma non è che mi si stacca il collo??”.
Ecco, questa domanda repentina nella mia mente, scaturita da quel dolore, mi fece comprendere che dovevo respirare; avevo paura del tocco e resistevo ad esso.

Tirai un profondo respiro per mettermi in contatto con il mio collo e quelle strutture a me sconosciute e cercai di ascoltare cosa stesse comunicandomi quel tocco: il dolore sparì e ciò che sperimentai immediatamente dopo fu la necessità di riaggiustare la mia nuca, sentivo un peso tutto nuovo sulla parte posteriore del cranio. Non appena tornai in piedi ecco un’altra informazione: provai un’immensa sensazione di leggerezza al cranio. Solo con il passare del tempo potei apprezzare che il mio mal di testa (ormai amico e perciò mai entrato nei miei “racconti al Rolfer”… insomma, mi ero dimenticata di convivere con il mal di testa da una decina di anni) se ne andò con quella sessione, con quel respiro e con quel riadattamento alle nuove possibilità che il mio corpo avevo sentito avrebbe potuto avere se le avessi lasciate esprimere.

Dopo l’esperienza del Rolfing, il dolore che una volta mi spaventava è diventato un elemento a cui spesso sento di voler esprimere sincera gratitudine.
In successivi articoli, magari, approfondiremo insieme sempre meglio questo argomento.

A presto. 😉

 

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