Una scoperta: il Rolf Movement™

Voglio fare un piccolo balzo in avanti, prendendomi la libertà di ritornare a parlare presto delle 10 sessioni strutturali.

Per arrivare a comprendere quanto il Rolfing® mi avesse davvero cambiata lungo tutto il processo, dovetti attendere che la mia determinazione continuasse a spingermi verso la formazione.

Per soddisfare i prerequisiti per l’ammissione al training, infatti, si rendeva necessario avere anche ricevuto il Rolf Movement™.

Nel momento in cui mi affacciai a questo mondo, non sapevo esistesse Rolfing e Rolf Movement. La cosa, pertanto, aldilà dell’essere obbligatoria per la formazione, a me incuriosì proprio!

Il mio Rolfer era anche un Rolf Movement Practitioner, ma poiché volevo diventare io stessa una Rolfer, mi suggerì di fare il percorso di Rolf Movement insieme ad un’altra collega che lavorava in zona. Così feci.

Dei miei appuntamenti di Rolf Movement ricordo soprattutto alcune cose:

  1. La saggezza dimostrata dal mio Rolfer nello spingermi verso un confronto ancor più allargato, aprendomi ad un’altra persona che faceva sempre Rolfing, tuttavia non era lui.
  2. La potenza di questo lavoro funzionale che radicava ancora più profondamente l’esperienza di integrazione strutturale.
  3. Una sessione specifica in cui abbiamo lavorato su un problema di quel giorno particolare, ma ampliandone la prospettiva verso un atteggiamento che, in un certo senso, apparteneva in modo più generale alla mia vita.

Soprattutto gli ultimi due punti potrebbero farti domandare: “In che senso?” …ecco, proverò a spiegarti!

Quel giorno ero arrivata nello studio della Rolfer piuttosto turbata da una discussione in famiglia e mi sentivo malissimo per “essermi negata” attraverso una risposta che, tuttavia, sapevo essere necessaria per il mio benessere.

Perché mi faceva così male aver detto “NO”?

Insieme alla mia Rolfer, con pochissimo tocco volto a cambiare, ma tanto di quello che orienta, suggerisce e incoraggia un movimento, accompagnando l’esperienza con parole e metafore, scoprii che ero appesantita dall’aver detto un “NO” come un servitore, provando vergogna e accorciandomi in me stessa, invece di sentirmi padrona di quella risposta. C’è un NO che va detto per definire il proprio spazio, a volte, e questo non ha propriamente un valore negativo. 

Quando sentii il mio corpo allineato in modo quasi “regale”, dire quel no aveva assunto un valore accresciuto e mandava sia all’interno sia all’esterno un messaggio più coerente. Stavo comprendendo una lezione che mi sarebbe servita per tutti i giorni a seguire.

Quel giorno ebbi un’epifania e capii moltissimo sulla mia efficacia/inefficacia comunicativa e di quanto “funzionassi meglio” se i miei messaggi verbali fossero stati accompagnati da pre-movimenti consapevoli nel corpo. O persino che, prendendomi il tempo per ascoltare come si comportava il mio corpo davanti alle scelte sì/no, di volta in volta, avrei avuto maggiore coscienza della risposta migliore. Il corpo ci parla e, durante il Rolf Movement, scoprii quanto potente possa essere questo dialogo.

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